IL GATTO CHE PRIMA ERA RICCO

C' era una volta un gatto molto ricco, che era amico di un gatto molto povero.

Il gatto molto ricco abitava in un maestoso palazzo splendente. Le stanze erano adornate, tutt'intorno, da gioiosi parati in seta di Cina e i soffitti con affreschi di gran valore.

Un immenso giardino circondava la sua casa e ospitava fiori tra i più belli e rari di questo mondo. Numerosi specchi d' acqua, dalle forme geometriche più strane, giocavano in macchie di prati verdi, sparse qua e là; i cigni, naturalmente, non mancavano.

Possedeva molti cavalli e molte carrozze e, al suo servizio, teneva molte scimmie contadine che zappavano i campi e seminavano e potavano.

Era amico di tutti quanti gli animali: gli uccelli gli danzavano amorevolmente intorno e, chiassando a cinguettii, gli alzavano persino la coda, divertiti. Spesso, teneva dei banchetti e invitava i gatti ricchi del paese e, naturalmente, anche il suo amico, il gatto povero. Volavano festosi gli uccellini, che, vedendoli insieme nelle ampie e luminose stanze del palazzo, cinguettavano euforici, fino a dilatarsi il becco con forza. Il gatto ricco e il gatto povero li ammiravano e sorridevano e giocavano con loro.

I pranzi erano opulenti e al gatto povero venivano sempre offerti i piatti più prelibati e le porzioni più grosse. Ma un giorno... maledetto giorno!: il gatto ricco si... una bufera... Perse tutte le sue navi. Il mare le ingoiò tutte! Tutte! Senza risparmiarne nessuna. Andarono in fumo tutte le sue sostanze e diventò d' un tratto povero!

E i suoi servitori dovettero lasciarlo, ché avevano famiglia.

Andò, solo solo, ad abitare in una casa diroccata, che aveva come ornamento, alle pareti, buchi e buchi in gran quantità! E... un buco sì ed uno no, vi dimoravano dei grossi topi, dai denti affilati.

Il gatto che era stato ricco, s' era ammalato per il grande dispiacere, e non essendo, poi, abituato a cacciar topi che sembravano belve, chiese aiuto al suo amico, il gatto povero. Lo supplicò di aiutarlo, in nome della grande amicizia che da sempre li aveva uniti.

Il gatto povero, con pazienza, lo ascoltò senza interromperlo, poi con dolcezza gli rispose: <<Colpa tua!, ché mi hai male abituato, se adesso non posso aiutarti. Io, di fatto, sono stato sempre ricco (grazie a te!), e senza mai aver nessun pensiero per la testa. Anch'io, come tu ben sai... aspetta, lasciami spiegare... anch'io, come tu ben sai, son vissuto agiatamente e non son certo più abituato a dar la caccia a toponi con i denti affilati, ma preferisco giocar fingendo il sorriso, con gli uccelletti che mi credono ricco... E non si avvedono che, ogni tanto, ne mangio uno, masticandolo a bocca chiusa!>>.



IL PESCIOLINO ROSSO

Il pesciolino rosso a strisce nere


che si perdono negli occhi,

serpeggia felice nell'acqua chiara e argentata

che scorre veloce.

Gioca tra la schiuma sui sassi.

E' Beato, è Felice, è accarezzato dal Sole.

Si ferma, osserva, scruta.

S'intrufola tra i sassi, cattura bolle

e si crede padrone del fiume.

Un pesce grosso lo avvista

e guizza veloce alla cattura.

Lo insegue vorace ma ne perde le tracce.

In agguato, più in là, c'è un pescatore

seduto sull'erba.

Li acchiappa alla lenza

e li butta nel secchio.

Il pesce grosso, stordito, lo fissa e crede di essere in sogno;

non ha più voglia di buttarselo

in pancia.

L'olio che frigge li aspetta, entrambi,

con calma. 


IL PASTORE AMBROGIO

Viveva una volta, su su in cima ad una montagna lunga e grigia, un pastore di nome Ambrogio che era tanto, tanto buono.

E un giorno, mentre faceva abbeverare le sue pecore ad un ruscello, vide muovere le frasche di un cespuglio e poi sentì un leggero, ma cupo lamentìo. Impaurito, si avvicinò pian piano e, facendosi spazio con le sue docili mani grosse, vide un cucciolo di lupo ridotto male; lo prese con garbo, poi lo avvolse in un pezzo di panno e lo ficcò per un pò sotto il suo lungo mantello, fatto di sacchi e funicelle.

Dopo un pò lo riprese per rivederlo ed il cucciolo di lupo gli fissò addosso gli occhietti malati e pareva che volesse chiedere qualcosa: non aveva mai visto un uomo!

Chissà, forse aveva scambiato Ambrogio per la sua mamma ed aveva forse pensato che i figli fossero fatti in un modo e che le mamme fossero fatte in un altro? Boh, chissà? chissà cosa volevano dire quegli occhietti!

Comunque, Ambrogio, capì o non capì, prese del latte da una pecora bella, lo mise in una scodella e cercò di farlo bere al lupacchiotto. Il cucciolo ne bevve un po' e poi si addormentò nei suoi lamenti che sapevano di latte.

Quel giorno Ambrogio, visto che aveva trovato il lupacchiotto, pensò di portar prima del tempo le pecore all'ovile. Così fece ed arrivò presto in paese e poi, sistemate le pecore, bussò alla porta di casa sua.

<<Chi è?>>, chiese la moglie.

<<Ambrogio>>

<<Ambrogio? E... come mai così presto qui, Ambrogio?>>, richiese la moglie.

<<Ho trovato su su in montagna un cucciolo di lupo che miagolava in un cespuglio e per non farlo prendere dal freddo, che è già quasi morto, ho pensato che facevo bene a portarlo qui a casa, che c' è caldo>>.

<<Un cucciolo di lupo? Ma sei impazzito, Ambrogio? Ma lo sai che quando cresce ti mangia le pecore? Perché non lo hai sotterrato? E dov'è che ce l' hai?>>.

<<Eccolo!>>, e lo cavò da sotto il mantello. <<Ti piace?>>.

<<Tu sei pazzo, Ambrogio: un pastore che fa grande un cucciolo di lupo per poi poter vedere le sue pecore mangiate? Sei pazzo, Ambrogio!>>, sbraitò la moglie.

<<Zitta, per piacere! Io non sono pazzo. Ambrogio non è pazzo!>>, disse Ambrogio e continuò: <<Per me non è un lupo! E' un cucciolo. E' solo un cucciolo. Quando sarà grande diventerà un lupo. Adesso è solo un cucciolo, come tutti i cuccioli di questo mondo fatto di gente scema. E' piccolo, non lo vedi? Piccolo: non sa neanche di essere un lupo e per questo io non posso ammazzarlo! Ambrogio non può ammazzare un lupo che non c' è. Non esiste, non vedi? Aspetta... guarda, guarda: mi lecca il dito! Tutti gli animali piccoli, figli dei tanti animali del mondo, sono soltanto cuccioli, non hanno identità, capisci?>>.

<<Ma che dici, Ambrogio? L' i... l' identità? Leggi troppi giornaletti, tu, Ambrogio. Questo è un lupo, che ti mangerà le pecore!>>, insisteva a dire la moglie. <<Le pecoreee!!!>>.

Ambrogio si fece rosso, si arrabbiò e continuò: <<Se io, pastore, ammazzassi un lupo... Mai un cucciolo! Perché questo lo vedi? è un cucciolo, santiddio!... la questione è complicata e pare che sto mischiando tutto quanto... comunque lui, il lupo, capirebbe e accetterebbe: legge di natura! Capirebbe anche lui!>>.

<<Maaa...>>.

<<Zitta, ho detto, non mi ci raccapezzo più: tutto il giorno lassù in montagna al freddo... Curerò questo cucciolo e quando diventerà un lupo, lo lascerò nel bosco, alle pecore ed ai pastori!>>.

Ambrogio aveva tutto chiaro qui, nella mente. Ambrogio era Ambrogio. Era buono. Ecco!

E con amore curò il cucciolo, nonostante tutti, lì in paese, lo prendessero in giro dicendo: <<Un pastore si fa crescere in casa un lupo, che poi scuoierà le sue pecore!>>. Ma per Ambrogio, quello non era un lupo, era solo un cucciolo! Come farglielo capire a quelle brutte teste di caciotta salata? Ambrogio non sapeva esprimersi bene perché non aveva studiato, ma aveva tutto qui, ben chiaro nella mente, il concetto di "civiltà"! E non sapeva nemmeno che quel suo modo giusto di comportarsi si chiamasse "civiltà".

Ambrogio era Ambrogio. Era buono. Ecco!

Comunque, Ambrogio allevò con amore quel cucciolo, e quando quello era lì lì per diventare un lupo lo lasciò, piangendo, al bosco, alle pecore ed ai pastori. Eh, si , ai pastori! Quelle chiuse teste di caciotta salata! Ambrogio visse a lungo, più di cent' anni, ma quel modo suo di pensare, mai nessuno glielo tolse dalla testa!

Perché?

Ambrogio era Ambrogio. Era buono. Ecco!



LA DITTATURA DURA NON DURA
"Timisoara 1989"

È l’alba.

Il gallo dà la sveglia.

E, nell'anticamera di quell'ufficio puzzolente, il gallo miagola alla gallina e la gallina strilla coccodeando che quel tacchino lì deve essere portato in macelleria!

È un nemico della dittatura dura!

Il tacchino, con la testa abbassata, non si capacita del suo stato: era stato preso così… per strada… col cappio al collo!

Un asino lo afferra per le zampe e poi, con forza, lo spinge a testa in giù!

E raglia gridando ché il suo lavoro è duro!

E chissà quando ancora durerà la dittatura…

Poi improvvisamente sta zitto: entra un maiale e grugnendo saluta alzando la zampa.

Ad un tratto compaiono ancora due nervosissimi maiali: un verro e una scrofa!

che strillano piangendo e grugnendo.

Farfugliano confusi, tremano, e dicono che tutti gli animali sono in rivolta!

Ed è il crollo… Il crollo! Capite?

E la dittatura dura forse proprio ora non dura!

Tutti hanno paura e scappano!

La gallina inciampa e il verro la calpesta con la zampa sul petto!

E allora pian piano l’asino scompare in sordina…

L’asino aveva davvero lavorato duro per la dittatura…

Aveva svolto i lavori più umili…

Ogni animale al servizio del regime fa il proprio lavoro…

Ma la dittatura dura ora proprio non dura!

Che spargimento di sangue!

Il tacchino rinviene e istericamente piange e ride ché ha avuto salva la vita!



LA VOLPE ISTRUITA

E c'era una volta una volpe che s' era istruita assai e passava gran parte del giorno con i libri tra le zampe. Tutte le volpi la tenevano alla larga e si annoiavano di averla per amica, ma lei non riusciva a capir bene perché quelle si comportassero così nei suoi riguardi.
E un giorno, quando quasi tutte si erano radunate tra i ceppi di castagno, si diede forza e decise di salir su un tronco e di fare un bel discorso. E cominciò:
<<Vi prego, amiche volpi, datemi un po' di ascolto, ché son volpe anch'io. Non so perché mi tenete alla larga, ma so e ve lo giuro! che per voi nutro un gran rispetto! E non ho mai fatto un torto a nessuna, per cui vi chiedo con immensa cortesia che mi prestiate ascolto. E poi vorrei... è una preghiera che vi faccio...>>.
Qualche volpe sbadigliò e qualche altra si annoiò.
<<Penso di... permettetevi di dirvi che passo gran parte del tempo a capir, come voi, le cose del mondo. Io so, senza offendere nessuna, perché in cielo ci sono tante stelle e l' equilibrio che danno al mondo e all'universo intero; il sole è l' unica stella veramente vicina a noi e riesce a portare a tutti i suoi raggi, e i raggi sono luce! E so che la terra gira divertita intorno intorno al solee vien così la notte. E c' è la luna! che nel buio ci da un po' di luce e a volte tanta, come se fosse un altro sole! E' più piccola della terra e la sua massa dà al mare l' alta e la bassa marea e la sua influenza si riflette addirittura...>>.
Una volpe sbadigliò e mormorò e si annoiò.
<<E perché l' acqua del mare è sempre salata ed è un insieme di piccole gocce e ci guizzano dentro i pesci, felici. E so come son venute fuori le montagne e perché in inverno ci sta sopra la neve e come gli alberi si arrampicano nell'aria, ché un piccolo seme messo lì nel terreno...>>.
Qualche volpe sbadigliò e qualche altra si annoiò e ancora un' altra se ne andò.
<<Ma guarda un po'! Io non capisco: vi prego! son tutte cose utili che sto dicendo, e servono a farci capire meglio la vita nostra e a farci essere felici!... Gli alberi fioriscono e danno poi tante varietà di frutti a tanti animali, che appartengono allo stesso equilibrio naturale nel quale noi viviamo, e a cui partecipiamo nel bene e nel male...>>.
Una volpe ancora sbadigliò e un' altra ancora si annoiò e un' altra ancora se ne andò.
<<Ascoltatemi, perdio!: vi dico cose che non avete mai sentito e che per dirle a voi ho dovuto consumar peli e peli delle zampe a sfogliar pagine e pagine di libri e libri! Per sapereee! Son cose che servono!, per vivere meglio! Possiamo salvarci la vita, portare al sicuro la pelle nelle tane! ché io ho scoperto ancora che i cani che ci corrono appresso, come impazziti, son comandati! E...>>.
Qualche volpe sbadigliò e qualche altra ancora se ne andò.
<<I cani son tenuti da certe persone e, ricevendo un pizzico di pane e un po' di alloggio...>>.
L' ultima volpe sbadigliò e mormorò e si annoiò... e nessuna più restò! Sola sola, sul tronco, fu lasciata la volpe! Restò solo una faina che l' aveva ascoltata interessata, prendendo appunti, e che diceva <<Sì, sì>> abbassando più volte il capo. La povera volpe, vistasi sola, scese dall'albero e, amareggiata, chiese alla faina: <<Perché, perché sono andate tutte via senza darmi un po' di ascolto? Dicevo tante cose giuste! E ho scoperto, buon per loro, perché tanti cani all'improvviso ci corrono appresso e le volpi se la fanno addosso!>>.
La faina strizzò gli occhietti e la puntò col suo muso storto e disse: <<Sai! Sai! Sai! e sai! ma che sai? Sai per te! ma non per loro! Con le volpi, devi solo parlar di uova e di galline! Riprova domani: sali sul ceppo e di loro che sai dov'è un bel pollaio zeppo zeppo... ué! di galline! Galline, galline... galline!>>.
<<Galline?>>, chiese stralunata la volpe.
<<Si! Gallineee!!>>.


IL GIOVANE MERCANTE

Un giorno un giovane mercante, vestito bello bello come uno sposo, passeggiava per la piazza del paese e incrociò un signore che conosceva poco e lo salutò garbatamente, con un mezzo inchino. Questi, vistosi salutato, lo invitò pregandolo, ad andare a casa sua a prendere un caffè insieme. Il giovane mercante, vestito bello bello come uno sposo, vistosi pregare così tanto, per educazione andò. <<Voi siete Caio il mercante?>>.
<<Sì, sono Caio il mercante>>.
<<Ma guarda un pò, guarda un pò: chi t' incontro, oggi? Caio il mercante! Io son Tizio e, guarda un pò, guarda un pò, son mercante anch'io>>, e gli lanciò la mano. <<Piacere, Tizio>>.
<<Piacere, Caio>>.
Ed entrati in casa, si misero seduti su due grosse poltrone vecchie. Tizio chiese a Caio che prezzo avesse la seta importata dalla Cina e le tante spezie importate dall'Oriente. E mentre domandava tante altre cose, gli venne in mente di portar cibo alle galline che stavano in giardino e lo invitò ad uscir fuori insieme.
Le galline erano sparse qua e là a pizzicar la terra, per cercar di scovare qualche verme. <<Se non dò loro il cibo, queste, le vedi? non fan le uova!>>, disse Tizio. Le galline coccodearono in coro: <<finalmente oggi forse si mangia!>>. In un angolo di muro c' era un cane, legato in malo modo ad una catena arrugginita. Saltellando come un bambino, sbraitava e chiedeva cibo. <<Ha sempre fame, questo cane!>>, diceva Tizio, che intanto dava cibo alle galline. <<Buono, buono, aspetta: ti dò del pane... >>. Aprì uno sportello di un mobile rotto che stava sotto al muro e tirò fuori un pezzo di pane che s' era fatto verde dalla vecchiaia e lo ficcò in un secchio pieno d' acqua che s' era fatta verde dalla vecchiaia e lo bagnò e lo tirò sgarbatamente al cane che, afferratolo al volo, lo mangiò. <<Accidenti, quanto pane mangia questo cane! Lo tratto bene, eh? Quanto pane, quanto pane, gli dò!>>.
<<Mangia solo pane?>>.
<<Sì, sì: tanto tanto>>.
<<Niente carne?>>.
<<Carne? Qualche volta un osso glielo dò! Mangia, mangia, quanto pane mangia!>>.
<<E' piccolo di età, vero?>>.
<<Ha sei anni>>.
<<Sei anni? E' piccolo: sembra un cucciolo. Non è cresciuto! Oddio, per forza non cresce: non mangia proteine!>>.
<<Prote... cheee?>>
<<Proteine>>.
<<Prote... Prote-ine?>>.
<<Si!>>.
Nel giardino erano piantati pochi filari di piselli. Caio colse otto piselli e, mangiandoli, man mano, per gioco tirò le bucce al cane. E il cane le ingoiò voracemente, come se fosse stata carne di prima qualità e abbaiava, ché ne voleva altre.
<<Tizio, guarda: il tuo cane mangia le bucce di piselli>>. Tizio, intanto, stava a staccar da un albero un' arancia, quasi nera per malattia, ché ne aveva voglia, e la aprì, lanciando, per imitazione, le bucce al cane, che stava lì ad abbaiare. La bestia si tuffò come un leone e le buttò in pancia in un baleno.
<<Oddio, povero, cane, com'è ridotto!>>, mormorò zitto zitto Caio. <<Ha bisogno di vitamine e proteine, povero cane, perciò non è cresciuto... Con un tozzo di pane verde ogni chissà quando, com'è, com'è che poteva crescere? Per ridursi a mangiar le bucce di un' arancia malata, che sono acri come il veleno... >>. E Caio volle vedere quant'era fondo il pozzo.
Strappò da una piccola pianta un piccolo limone verde, e lo lanciò al cane. E... e che fece il cane? Lo masticò appena e poi lo catapultò in pancia. Tizio vide la scena e disse sorridendo: <<Mi giocherei tutto! Al mondo, nessuno ha un cane che mangia i limoni>>. E rise come un porco, mostrando i suoi denti gialli e malati.
<<Ma quand'è che muori, Tizio? Che le persone come te rovinano il mondo intero. Per un soldo, saresti capace di far morire un bambino>>, pronunciò, blablando, Caio.
<<Hai detto qualcosa?>>.
<<Sì. Blablavo un motivetto di una canzone, che in questo momento mi è venuto in mente. Fa così: <<Quand'è, quand'è che muori / o figlio di un topo secco / ché le persone come te / rovinano il mondo intero: / ché per un soldo schifoso / faresti morire un bambino. / E quel bambino / figlio di un topo secco / potrebbe esser tuo figlio. / il mondo vi porta in giro / vergognandosi di voi. / Ma nulla ci può fare: / un lungo gatto salta su un muro / e un cane mangia il limone per un pò di vitamineee>>... Bello, eh, il motivetto? Ci ho ficcato dentro anche il tuo cane che mangia il limone, hai visto?>>.
<<Sfizioso per davvero>>, disse Tizio. <<Ma senti: vogliamo si o no far degli affari insieme? So che tu sei un commerciante che compra tutto e vende tutto. E ridimmi un pò: che prezzo ha la seta importata dalla Cina e le spezie che vengono dall'Oriente? E allora, vogliamo si o no, far degli affari assieme?>>.
<<Neanche mezzo ne farei con te! E scappo via di corsa, ché ho paura che mi spogli e mi porti via i panni. Se il tuo cane lo hai ridotto in questo modo, che mangerebbe perfino dei chiodi con punte così, in un epoca in cui si scoppia di abbondanza! che sarebbe di me, se mi mettessi in società con te? Mi spolperesti come un gambero! Però, però, con te un affare lo voglio fare: ché io faccio sempre affari, dovunque vado... Me lo vendi, il cane?>>.
<<Cosa? Vuoi il cane?.. e che ne fai?>>.
<<Son fatti miei. Ti dò, in cambio, cinque gatti>>.
<<Cinque gatti? Ma che, sei matto? Mi tolgo il cane per aver cinque gatti? Chissà, chissà quanto pane mi porterebbero via!>>.
<<E allora, ecco: ti do quest' anello d' oro!>>.
<<Accetto! Sei furbo. lo so perché vuoi il mio cane: mangia i limoni! e tu lo vuoi vendere ad un circo, per farne un' attrazione. Comunque, accetto. Mi conviene: l' anello è d' oro e non mangia pane>>.
<<Povero cane! Vieni, vieni: ti dò tanto cibo da farti scoppiare. E' un povero porco, il tuo padrone. Ti darò tanto, tanto da mangiare, però ad un patto: che se ti capitasse a tiro il tuo padrone, gli dovrai staccare una gamba. Solo questo, ti chiedo>>.
Caio ed il cane furono per strada.
<<Caio! Caio!>>, chiamò Tizio dal muretto del suo giardino. <<Non ti ho detto come si chiama il cane! Jessica! Jessica, si chiama!>>.
E Jessica, sentendosi chiamare, si mise al centro della strada. E un ragazzo che sembrava un negro, ché aveva la faccia sporca sporca di grasso, su una motocicletta mezza spaccata che sfracassava con un rumor di grossi coperchi di pentola sbattuti, sfiorò il cane e stava per metterlo sotto e... e Jessica scappò via, con la paura in corpo! e tenuta stretta alla catena da Caio bello e ben vestito come uno sposo, trascino questi per terra, in una pozzanghera nera e puzzolente.
<<Caio! Si chiama Jessica!>>.
<<Ma vaffanculo! A te, e pure a me, che ti ho salutato in piazza, stamattina!>>.

IL TOPO DI FOGNA, IL TOPO DI CAMPAGNA E IL TOPO DI SOFFITTA

C' era una volta un topo di fogna, piccolo di età, che era preso da un forte esaurimento dispettoso: un ticchio agli occhi e tanta tosse e irrequietezza e apprensione e bocca aperta.
Era già un anno che aveva addosso questo brutto pasticcio, che tutti presero a chiamarlo Topo Ticchio.
<<E' lo stress!>>, sentenziò un vecchio topo che s' intendeva un pò di medicina rattico-topica. <<E' lo stress! E' lo stress!: causa di tanti disturbi e malattie e morte da impazzimento. Perciò tu, Topo Ticchio, hai addosso tutto 'sto pasticcio impasticciato. Ho studiato proprio ieri un trattato intitolato: "I topi son fregati: detersivi, plastica contraccettiva e buste di supermercato". E' un libro interessante!>>. Intanto, Topo Ticchio emetteva dalla bocca un pò di bava. Zio Topo riprese a chiacchierare con aria dotta: <<Dice l' autore del libro, che è il Dottor Topolecchio, dice... Aspetta, prendo il libro e leggo l' introduzione... Aspetta... Ecco! Ascolta: "... il benessere dell' uomo è causa disastrante del nostro sistema di vita! ché modificando in bene provvisorio la sua vita, ha danneggiato e squilibrato l' ecosistema di tutti gli altri esseri viventi di questo mondo che è rotondo. Il mondo rotondo è invaso da ogni tipo di veleno liquido e solido. La plastica contraccettiva, poi, è la più pericolosa per la nostra specie: perché piccola di forma, viene ingoiata facilmente da topi ingenui, causando così morte immediata per soffocamento.
Questo tipo di problema era completamente inesistente nella notte dei tempi, quando gli uomini e i topi vivevano insieme in caverne, palafitte e catapecchie. Io stesso ho avuto un topo figlio morto per soffocamento da plastica contraccettiva e da questa mia triste esperienza, che non auguro neanche ai gatti, è nato questo mio trattato: "I topi son fregati: detersivi, plastica contraccettiva e buste di supermercato".
Per quanto concerne i detersivi, che sono pericolosissimi e danneggiano, in particolar modo, i topolini appena nati, voglio precisare, e preciso, un punto di grande importanza. E' mio dovere precisarlo! ché se non lo precisassi precisamente avverrebbe di preciso la fine precipitosa della specie in un preciso contesto che precisamente vado ad analizzare con ogni qualsivoglia occorra precisione!...">>.
Zio Topo chiuse il libro e lo ripose in un buco della fogna che serviva da cassetto. Poi guardò Topo Ticchio, che aveva in quel momento delle convulsioni, e continuò: <<Chiarissimo! Non ci sono dubbi! L' autore di questo testo è un sagace topofognologista!... Ma che ti prende, Topo Ticchio? Oddio, oddio!: quello che tu hai è quasi schizofrenìa! E' stress! Le fogne non son più com'erano ai miei tempi, quando ci passava dentro tanta roba genuina! Muoiono topi tutti i giorni e non sai come e perché!: li vedi la sera belli e forti e il giorno appresso brutti e morti! E' un fatto triste, veramente! E quando i topi stentano a vivere, significa che il mondo sta proprio per morire! Mia nuora partorisce nove o dieci topolini ogni volta... Come son belli, così piccolini e rosa rosa! e con le minuscole zampettine si toccano il musetto che quasi non hanno... Poi, mentre li allatta, viene la Morte e li porta via! E lei ne mette al mondo altri e, poveretta, sembra quasi voler combattere, con tante nascite, la Morte...>>.
Il giovane topo continuava ad essere nervoso e a tossire e ad aprir la bocca a scatti e ticchettava velocemente con gli occhi; sbavava ogni tanto e all'improvviso decise di dir qualcosa, nevroticamente: << Proprio così non posso secondo me proprio guarire ché l' altro giorno mi sentivo un poco meglio e decisi di fare una nuotata nell'acqua della fogna e mi ci misi dentro calmo calmo e fui colpito in pieno da tanta schiuma verde e un bustone m' intrappolò soffocandomi e per fortuna mi vide Topo Buccia che era lì sul muretto della fogna e si tuffò e sfilacciò il bustone e mi tirò fuori e mi massaggiò il petto e le zampine e poi finalmente mi ripresi e poi non so come mi accompagnò alla mia tana... Oggi è il primo giorno che ho provato a metter fuori i miei baffetti>>.
<<Hai ragione: l' acqua, e tutto quanto è qui dentro, sa ormai di veleno. Stress! Lo hai addosso tutto quanto, figlio mio! I tuoi occhi girano così veloci che mi mettono quasi paura>>.
<<Zio Topo>>, diceva Topo Ticchio sforzandosi, e gli sudava il muso e faceva tremare istericamente le zampettine, <<mi sento veramente tanto male, che a volte penso che sarebbe meglio morire. Di notte non dormo! Salto nel letto e mi vedo imprigionato in retoni di plastica e mi dibatto con forza e rosicchio freneticamente, a più non posso, ma non riesco a uscirne!...>>.
E mentre erano lì a parlare, arrivò Topo Postino che, con una bella busta gialla fra le zampe, cominciò a farfugliare, già da lontano: <<Topo Ticchio, Topo Ticchio! Ho una lettera per te che arriva dalla campagna! Dalla campagna!>>.
<<Oh, grazie, Topo Postino>>. E Topo Ticchio aprì con le unghiette rosicchiate la busta e tirò fuori il foglio e lo lesse ad alta voce: <<Sono Toporavanello. Ti scrivo da una patata. Sono solo, tanto solo che più solo di me c' è solo il numero "uno". Vorrei tanto che tu mi venissi a trovare. L' altra notte dormivo in una zucca e nel sonno ti vidi in sogno. Vieni presto. Ho da raccontarti tante cose belle e poche cose brutte. Ti aspetto. Una leccatina dal tuo sempre amico Toporavanello. Post scriptum: uno zizzettio con leccatina a tutti i topi della fogna ed uno di più, di più, a Topopigliaguai>>.
<<Evviva! Urrah, urrah!>>, gridava tremando Topo Ticchio.
<<Zio Topo! Andrò in campagna, ché qui dentro morirei domani stesso!>>. Lo salutò pizzicandolo con le unghiette mangiucchiate e si ficcò nella sua tana per fare i bagagli. Non trovò in nessun posto, per quanto cercasse, la sua bella sacca da viaggio di pelo di gatto morto da solo, lavorata a trasporto, che chissà dov' era finita. Estrasse da un cassetto della tana (cioè: da un buco) una piccola busta di plastica trasparente e ci mise dentro una testa nera di uccello e mezza zampa gialla di gallina e un pò d' intestino di coniglio e poi un giocattolo di color rosso, che era una cornetta rotta di telefono: il suo portafortuna. Legò la busta con un elastico e la attorcigliò ad un fil di ferro. E andò. Si arrampicò alla parete di cemento del tombino e sporse il capo fuori... di scatto lo ritirò! ché una motocicletta stava per schiacciarglielo. <<Ohhh, che inferno! Chissà se davvero mi conviene andare>>. E ticchettava e tossiva a più non posso. <<Che paura... e mi trema pure la coda!>>. Stava per ridiscendere e rimettersi nella fogna, quando il suo cervellino pensò: <<Toporavanello... la campagna...il sole e i fiori... e la luna...>>. Riespose la testa fuori dal tombino e di scatto si tuffò sotto un muro alto e si avviò rasentandolo così tanto che pareva ci fosse stato attaccato con la colla.
Macchine che stridevano e luci che lampeggiavano incrociandosi... Se Topo Ticchio non avesse trovato tante crepe nei muri, sarebbe morto di sicuro. Da sotto al muro vide, al centro della strada, un topo morto, spiaccicato sull' asfalto. Sembrava quasi che avessero... avessero spalmato marmellata rossa per disegnar lì a terra la sagomina di un topo. Topo Ticchio rabbrividì e tossì e sbavò. Si fermò e sporse il capo e quasi voleva allungar gli occhi, per cercar di riconoscere lo sventurato lì a terra. Ma ci rinunciò, per come l' avevano ridotto. Gli uscì frettolosa una lacrima dagli occhietti piccoli e la asciugò sotto il pancino tremante e sudaticcio. Si mise in testa di arrivar presto in campagna, ché era già notte, e così allungò di più le zampe. E finalmente arrivò! e fece attenzione per trovare il posto dov' era la tana di Toporavanello. Posò a terra la busta coi regali e iniziò a chiamare forte forte: <<Dove sei dove sei Toporavanello!? Non ti vedo vieni a prendermi ché son qui nell'erba rossa!>>.
Toporavanello uscì dalla sua tana (che era un pneumatico) e parlò veloce: <<Zitto, zitto! ci son cani e gatti pronti a divorarci. Parla piano, Topo Ticchio. E ora entra nella mia tana>>.
Toporavanello e Topo Ticchio si strofinarono i baffi e si scambiarono le leccatine con affetto.
<<Oh! finalmente ti ho con me, Topo Ticchio! Ma... ma... che ti prende? tossisci a bocca aperta?>>.
<<Un pò, sì. Un pò sì. Però già sto un pò meglio, qui in campagna. Ah, ti ho portato tante cose buone dalla fogna. Guarda che bello>>.
<<Oh, grazie, Topo Ticchio. I prodotti di fogna son proprio, veramente, sostanziosi!>>.
<<Ancora adesso, nonostante... c' è ancora tanta roba buona. Ecco: testa nera di uccello. Assaggia! Mezza zampa gialla di gallina. Assaggia, assaggia! Un pò di intestino di coniglio... Assaggia>>.
Toporavanello assaggiò. <<Buoni. Buona, 'sta testa nera di uccello morto. Com'è morto?>>.
<<Booh! L' ho trovata nella fogna. Chissà>>.
<<Quest' altre son cose che si trovano anche qui in campagna... Ma... e questo cos'è?>>.
<<Questo? E' il mio portafortuna. E' un giocattolo, una cornetta rotta di telefono. A cosa serva agli uomini, non so. Ce ne sono tante, e di tanti colori: rosse, come questa, o gialle, verdi e blu. I nostri topolini si divertono ad arrampicarcisi e ad infilarcisi dentro... Spero che ti piaccia...>>.
<<Oh quanto sei caro, Topo Ticchio! pure i giocattoli, mi porti! Sai, pure qui in campagna se ne trovan tanti. E ieri ho preso, in un certo posto...>>.
Topo Ticchio ebbe una crisi improvvisa e gli aumentò il ticchio agli occhi e gli venne tanta tosse e irrequietezza e restò a bocca aperta. Sbavò anche un pò. Toporavanello si spaventò. Dopo un poco, Topo Ticchio si acquietò. Pian pianino si riprese. Poi, finalmente, si placò. E cominciò a dire: <<E' lo stress! la vita nella fogna mi sta facendo proprio impazzire... Non ti dico... Ha scritto pure un libro, il dottor Topolecchio: "I topi son fregati: detersivi, plastica contraccettiva e buste di supermercato". Al dottor Topolecchio è morto un topo figlio... è morto ingoiando un cosetto di plastica contraccettiva. Perciò ha scritto il libro, Topolecchio>>.
Toporavanello capì subito di cosa parlasse Topo Ticchio. Non voleva più, neanche lui, vivere in quella che non chiamava più neanche campagna, bensì "terrascarico". Capì. Capì, ma non disse niente, perchè vide l' amico già rovinato a quel modo. Sospirò, facendo vibrare un poco i baffi per nascondere la delusione: aveva invitato l' amico in campagna con l' intento di essere poi ospitato in fogna, perché credeva che lì si potesse viver tranquilli... Cominciò a buttar fuori starnuti senza parsimonia, e saliva a goccioloni! Toporavanello stesso era malato, affetto da allergia alla polvere ed al gesso. A volte diventava mezzo rosso... chissà il sangue in quel suo minuto corpicino che faceva.
<<Che ti prende, Ravanello?>>.
<<Niente, niente, un pò di freddo in più che mi sono beccato ieri, mentre rosicchiavo una bella carota grande così e una bella patata grande così... Ora vado fuori a prenderti un pò di paglia e ti metti comodo a dormire>>. Detto fatto, uscì e tornò con tanta paglia.
<<Però, è bella spaziosa la tua tana>>, disse Topo Ticchio. <<Di che cosa è fatta?>>.
<<E' fatta... è fatta... è fatta di corteccia d' albero. E' molto calda d' inverno e molto fresca d' estate. Qui dentro vivo felicemente bene, sai?>>.
I due topi si diedero la buonanotte e dormirono quieti fino al mattino.
Topo Ticchio si svegliò e Toporavanello si svegliò e stavano per uscire dalla tana, quando sentirono un suon di sirena e si spaventarono e poi ancora un rumoraccio di trattore e si rispaventarono e poi delle schioppettate e quasi svennero. Topo Ticchio iniziò ad avere la bava alla bocca e convulsioni, e Toporavanello lo prese sotto la zampetta dalle spalle e lo rassicurò e disse che i cacciatori erano andati via e lo convinse a uscire e a prendere un pò d' aria. Uscirono e andarono in mezzo all'erba e, mentre zampettavano, arrivò loro al naso un puzzo forte forte di veleno verde e pieni di paura scapparono e si rifugiarono nella tana.
<<Oddio, la campagna è ancora più schifosa della fogna!>>, esclamò disperato Topo Ticchio.
E Toporavanello starnutì e arrossì e si sentì mortificato. Pensò: <<Madonna mia, perdonami, che ho combinato! Che pasticcio impasticciato ho fatto, a far venire qui Topo Ticchio, che è già tanto malato>>.
E appena ebbe finito di pensare... Un rumore più forte ancora e poi tante pietre e cemento e gesso e calce e legno vecchio... di tutto fu scaricato sul copertone che era la tana di Toporavanello. Si sentirono soffocare e stavano quasi sul punto di morire! Riuscirono ad uscir fuori e si ficcarono nella prima cosa che trovarono. Si trattava di una cassetta piena zeppa di palline bianche di polistirolo, che fu presa e messa su un triciclo da un uomo grosso con una pancia grassa e tanti baffi appiccicati al muso e da un altro, vecchio e magro e piccolino e senza capelli in testa che era proprio un nano spelacchiato da buttare.
<<Su, facciamo presto>>, disse il vecchio nano spelacchiato da buttare, che era lui a comandare.
Il triciclo partì.
Topo Ticchio e Toporavanello inghiottirono, senza volerlo, almeno ventisette palline di polistirolo e non si seppe mai chi ne mangiò di più. Toporavanello svenne e Topo Ticchio prima sbavò e poi svenne. Il triciclo fece molta strada e i due topolini svenuti sballottavano con la cassa e le palline di polistirolo. Il vecchio nano spelacchiato da buttare frenò all'improvviso e comandò all'uomo grosso con la pancia grassa di portare la cassetta in soffitta. Poi... il triciclo ripartì.
In quella soffitta viveva Toposoffitta, un piccolo topo magro da morire che era vecchio di età. Viveva lì, solo, da sette anni e non era mai riuscito a capire perchè si trovasse là, da solo e da sette anni. Pensava che altri topi al mondo non ve ne fossero: non ne aveva mai visti (lui stesso non sapeva come fosse fatto) e credeva (così com'era fatto) che esistesse solo lui: e non sapeva neanche di essere un topo. Era scheletrito, ché mangiava solo qualche ragno e qualche mosca secca e qualche pezzetto di legno, che chissà nello stomaco cosa gli succedeva. Di cibo, lì in soffitta ce n' era molto: intere casse! Tante casse di cibo in barattoli di vetro e di stagno. Ma... e come avrebbe fatto mai Toposoffitta a mangiar quel cibo chiuso? E Toposoffitta, infatti... niente, mai niente. Solo mosche e ragni e pezzetti di legno, che chissà nello stomaco cosa gli succedeva. Boooh! Boooh! I suoi intestini, forse... sapevano... Toporavanello e Topo Ticchio rinvennero e, posati sul fondo della cassetta, iniziarono a lamentarsi e starnutire e sudare. I forti starnuti alzarono per aria le palline leggere di polistirolo e Toposoffitta si spaventò da morire. <<Chi sarà mai?>>, pensò.
Uscì per primo, dalla cassa, Topo Ticchio, che si aggrappò con forza all' orlo e si mise sul taglio a mò di bilancia e, guardandosi intorno, balbettava e tremava e ticchettava da capo a piedi. Poi, dalle palline di polistirolo emerse anche Toporavanello che, starnutendo, ne mandò per aria una ventina. Sfiniti, i due misero zampa sul pavimento della soffitta. Si guardarono intorno più morti che vivi: Toporavanello, mortificato, non rivolse parola a Topo Ticchio, e Topo Ticchio, mortificato... non rivolse parola a Toporavanello.
Toposoffitta si nascose, ché aveva paura, e buttò un occhietto di traverso e se li squadrò bene e pensò: <<Quanto son brutti! Hanno solo la coda e i baffetti che son belli: come la mia e come i miei>>.
Toposoffitta, per guardarli meglio, uscì un pò piu fuori... <<Oh, guarda, guarda, Topo Ticchio: un topo! E che... Ha paura! indietreggia... Se la fa addosso! Che scemo!: un topo che ha paura degli altri topi!>>.
Topo Ticchio non capiva quasi più nulla.
Toporavanello: <<Che fai? Hai paura? Oddio, Oddio: è magro scheletrito. Sei... originario di qui? sei nato qui?>>. Toposoffitta prese coraggio e parlò un pò: <<Io vivo qui, son nato qui e... non si mangia mai, qui!>>.
<<Sei nato qui e vivi qui e... e non si mangia mai qui? Ma che dici? Ah, ho capito: esaurito... sei un pò malato anche tu, forse... Chi una cosa e chi un' altra l' abbiamo tutti. Capito, capito: sei esaurito...pasticcio impasticciato... E' stress! Dimmi: perché hai avuto paura? Noi siam topi, tu sei topo... uguale a noi, stessa specie... qui siam tutti topi e il mondo intero è abitato da altri topi>>.
Passò un mese e tutto, si raccontarono... divennero amici. Ma soffrivano la fame!
Un giorno Toposoffitta urlò: <<Venite, venite! Tre mosche secche e un ragno morto da parecchio...>>. Ma si aprì, come impazzita, la porta della soffitta, ed entrarono degli uomini, che come selvaggi cominciarono a prendere la roba che si trovava lì e a portarla di sotto e, in poco tempo, la soffitta rimase vuota. I tre topolini erano scappati da un pezzo e si eran rifugiati sul dorso di una trave. Da giù venivano i rumori di tante macchine messe in un sol posto e la casa iniziò a tremare e poi la soffitta a scricchiolare. Rotolio di vetri e tanta polvere in cielo...
In poco tempo la casa divenne un cumulo di pietre e vetro e legno e plastica con dentro i topolini che, vista la brutta situazione, si ficcarono in un barattolo e si salvarono per un pelo! Il tutto fu poi portato via in un baleno e sacaricato in una cava, uno spazio che, poco tempo prima, ospitava tanti e tanti alberi.
Passarono giorni e giorni e, poiché la fortuna esiste, Topo Ticchio, Toporavanello e Toposoffitta si trovarono rannicchiati in un pezzo di tronco bucato e...
Oh, topi, topi! com' è lunga questa favola!: ho le dita tutte un callo a tener stretta la penna e gli occhi mi bruciano e la testa vuole andar per forza a poggiarsi sul cuscino... Ora faccio così: la concludo in un baleno, senza virgole né punti e lineette e punto e virgola e voi, bambini, vi prego! leggete questo pezzo tutto d' un fiato e poi... e poi scoppierete e non vi lamentateeee!
Era un bel mattino e un bambino con sulle spalle uno zaino con dentro tanto pane e formaggio stava andando in un bosco lontano per poter raccogliere funghi e fragole e ciclamini e si trovò a passar per di là e vide gli alberi tagliati che avevan dato posto alla cava e si fermò a guardare quello strazio e tanto verde morto e pianse un pò e lasciò cadere a terra lo zaino e decise di contare i tronchi tagliati e ne contò cento e fissò ben bene nella mente lo spazio che i cento tronchi occupavano stesi a terra come morti ammazzati e contò gli spazi di alberi tagliati e calcolò che ne erano stati tagliati duemila ché di spazi ne contò venti e mentre ripiangeva un altro pò Topo Ticchio e Toporavanello e Toposoffitta tirarono sù col naso e capirono che nello zaino ci poteva essere qualcosa di buono e ci si ficcarono dentro e con tanto tanto appetito mangiarono pane e formaggio e il bambino alzò da terra lo zaino e si incamminò verso il bosco e lì i tre topolini misero fuor dal sacco gli occhi e Toporavanello gridò che erano in un bosco e tuffandosi zampettarono veloci e si rincorsero e si nascosero e che decisero di fare io ora non lo so forse forse di vivere lì sperando di starci per sempre felici felici buonanotte io ho sonno ho sonno e che bello è chiudere gli occhi e intrufolar la testa nel cuscino e e bambini date per me un bel bacio alla vostra maestra se vi leggerà questa brutta favola
punto e basta
fagioli con la pasta?


IL VECCHIO GUFO

Quella mattina il bosco era freddo, cosparso di granelli di ghiaccio; e i granelli di ghiaccio, volendo diventare a forza acqua, menavano un pò di vapore.
Un vecchio gufo, dopo aver gufato tutta la notte, zampettava veloce per recarsi a tana sua. Era ancora buio, ed in mano portava una lanterna.
<<Mi sono fatto proprio vecchio, ah, gioventù passata, come vola, come volano gli anni! E la vita non ti dà neanche il tempo di fare un nido come tu vorresti! Mah... è andata come è andata, ed è inutile far lamenti. Quante ne ho viste e quante ne ho fatte... Brr... Brrrr... che freddo. Su su, vecchio barbogio: conta gli anni che ti restano e sta zitto>>. Così farfugliava il vecchio gufo.
All'improvviso, dagli occhi gli caddero a terra due lacrimucce, ché nel suo piccolo cervello si erano accavallate immagini di tanti suoi amici morti in gioventù, uccisi dai cacciatori. Presa da terra una foglia secca, si asciugò. Il naso non lo soffiò. Il naso non lo soffiò e così potè sentire il lamento, lì poco distante, di una piccola cinciallegra. Svelto svelto, corse e la scorse.
La cinciallegra tremava tutta, e stava messa tra tante uova rotte e secche. Il vecchio gufo posò a terra la lanterna e arrotolò tra le sue ali il piccolo animale. Poi fissò gli occhietti nel verde dell' albero e scorse il nido ed esclamò: <<Il cuculo! Lui è nato cuculo, tu sei nata cinciallegra. Tu cincia, lui cuculo. Quanti cuculi... ci sono, in questo bosco! E... ed io son gufo e poi ci son le volpi e lupi e conigli e rane ed oche... un pò di tutto! Ah, dimenticavo! Dimenticavo i cacciatori!>>.
Con il becco afferrò la lanterna e cominciò a zampettare. Poi il vecchio gufo guardò in cielo e disse: <<Vedi? Vedi? In cielo non ci son più le stelle: escono di notte e di giorno vanno a letto. Chissà, chissà, come son fatti, i letti delle stelle!>>.
La cinciallegra tremava, aveva freddo e teneva gli occhietti chiusi, ché i raggi della lanterna erano strani e le mettevano paura. <<Non aver paura, non aver paura: son buoni i raggi di luce della lanterna>>.
Il gufo arrivò a tana sua e lesto lesto si ficcò dentro. Sistemò in un angolo la lanterna e poi, con amore, posò la cincia sul pagliericcio. Quindi uscì dalla tana e, un pò qui un pò lì, catturò dei vermi e con tanta pazienza li tagliò col becco riducendoli a pezzettini e li dette da mangiare al piccolo uccellino.
E la cinciallegra mangiò, si riscaldò e si addormentò. Il vecchio gufo per tanto tempo l' accarezzò.
Il vecchio gufo non aveva mai avuto un figlio perché sua moglie gufa non era mai riuscita a far le uova: mah, chissà? forse per una malattia. E solo una volta ne fece uno, ma dopo un pò, da dentro all'uovo era uscita una mosca.
E il vecchio gufo mise la testa nelle ali e chissà, chissà a cosa stesse pensando, forse proprio all'uovo con la mosca, che quel giorno nella sua tana ci fu una processione, tanti furono gli uccelli incuriositi che lì si presentarono. Ci fu chi pensò che dentro all'uovo si fosse messo il diavolo, che poi per volar via si era trasformato in una mosca.
Passavano i giorni e la cinciallegra si riprendeva bene, perchè di vermi ne mangiava tanti. Intanto, il vecchio gufo passava interi giorni appollaiato su un grosso ramo che stava fuor della sua tana e si grattava la testa e pensava e si faceva dei ragionamenti: non doveva passar molto e poi la cincia, cresciuta, sarebbe volata via. Non poteva restar lì: che aveva da farci, lei, con un vecchio gufo?
E il vecchio gufo voleva che la cinciallegra, alla fine, volasse via. Era giusto, era la legge del bosco. Però non voleva... come poteva? Pure quella era una legge del bosco. Lei era cincia. Ignara, doveva covar l' uovo di cuculo in mezzo ai suoi, e poi i suoi figli avrebbero fatto ancora quella fine, scaraventati dal cuculo fuor del nido e lei, come prima ancora sua madre, avrebbe cresciuto un cuculo scambiandolo per suo figlio.
Che ci faceva con un vecchio gufo? Mah... lui poteva fare il guardiano del suo nido! Cacciare il cuculo! Oh, se... saper capire quale fosse l' uovo del cuculo e buttarlo giù prima che questo si schiudesse e...
La testolina bianchiccia del vecchio gufo, con dentro gli occhietti vispi che luccicavano, pareva menasse fumo. Capì, capì che sarebbe stato inutile dir tutto alla cinciallegra, raccontar la sua storia e poi sperar che lei... Lei era nata cincia! Era cincia e poi c' era il cuculo!
Poi pensò che vecchi gufi come lui ce n' erano pochi e che... Basta! Quello era il bosco!
La cincia mangiò tanto cibo: di vermi spezzettati andava ghiotta... Ma venne il giorno che la legge del bosco la portò via e il vecchio gufo non le volle mai raccontar la sua storia: lei era una cinciallegra!
E quando la vide per l' ultima volta in volo, sperò che dalle uova di cuculo uscissero sempre e solo mosche.


I MULI, I CAVALLI E I SOLDATI

Vivevano una volta, tanto tempo fa, in un immenso prato di erba medica e trifoglio, tanti cavalli e tanti muli che, poveretti, venivano considerati brutti dai cavalli.
I muli erano quasi tutti uguali, come se partoriti dalla stessa asina e in un solo giorno! Invece i cavalli, alti e slanciati, erano alcuni bianchi e altri a macchie bianche e nere, o solo neri o grigi... Belli! Tutti belli a dir la verità. Giocavano a staffetta e camminavano su due zampe, quasi come se stessero a cercar l' aria! e poi si rincorrevano a vicenda e frenavano all'improvviso con gli zoccoli sul prato e la terra vaporava: e qualcuno, ancor più vanitoso, faceva capriole! <<Guarda, guarda, fa le capriole!>>, diceva un mulo, parlando zitto zitto, come se stesse respirando nell'orecchio afflosciato dell' amico che teneva accanto. <<Hai visto, hai visto quell'altro?! Sta sgommando con gli zoccoli! Ha fatto un fosso a terra!>>, diceva un altro mulo a un altro amico.
I poveri muli si erano ammucchiati tutti in un sol posto (presso una siepe), come sacchi di patate rugose, e si vergognavano a sfilare in mezzo al prato. Non piangevano solo perché, come si sa, le lacrime, i muli non le hanno, per piangere.
E un giorno... un giorno vennero i soldati! E sia i muli sia i cavalli furono presi per andare a far la guerra! E in quell'occasione, i muli presero coraggio e si misero un pò a parlar coi cavalli.
<<Si va a far la guerra>>.
<<A far la guerra? Oddio, oddio, a far la guerra noi?>>.
<<Si!, a far la guerra! Noi e voi!>>.
<<Ma... ma proprio noi a far la guerra?>>.
<<Insieme, insieme andiamo a far la guerra: meglio morir travolti che scoppiar qui di rabbia! Tutti a far la guerra! a galoppare in mezzo ai morti!>>, gridavano di stizza, i muli.
E i soldati coi gradi, e ben equipaggiati, pretesero e presero i cavalli e li vestirono con selle di vero cuoio e li addobbarono da capo a zoccoli con pregiati finimenti, mentre i soldati senza gradi, mal equipaggiati, costretti, presero i muli con rabbia e li vestirono da capo a zampe con roba trovata: sacchi rotti per far le selle e tante svariate cordicelle sfilacciate per far le briglie.
E poi i soldati coi gradi decisero così: <<Noi prendiamo la strada di pianura e voi, coi muli, vi arrampicate per le viuzze di montagna>>.
<<Ma... ma perché?... Non è giusto che...>>.
<<Zitti! Ubbidite! Possiamo noi prendere i sentieri di montagna, coi cavalli che si sgangherano le zampe? Noi dobbiamo accerchiare e sconfiggere il nemico! Quindi poche storie: siamo noi, qui, a comandare!>>.
<<Ma...>>.
<<Zitti! dovete salir coi ciuchi la montagna: siamo noi, qui, a comandare!>>.
<<Aaah, allora è così che gira tutto?! E allora andiamo! Andiamo a far la guerra!>>, gridarono i soldati mal equipaggiati. <<A galoppare! a galoppare in mezzo ai morti!>>, ridissero i muli rivolgendosi ai cavalli che, con quei ricchi finimenti, eran diventati ancor più vanitosi.
Così suonò una tromba pazza e partirono.
<<Via! ad abbracciar la gloria!>>.
E si precipitarono al galoppo, veloci come il vento, nell'immensa pianura coperta dal cielo azzurro e da nuvole turchine. Ma... ma i cavalli non sapevano che... quant'è sporca la guerra.
I muli, lenti lenti, carichi di stracci e pezze e cordicelle, cotti di sole, e presi da vergogna e rabbia insieme, imboccarono i sentieri arrancando e scivolando.
Venne l' imbrunire, e il sole, infuocato nel cielo, rideva divertito... Poi le stelle fecero spuntare i primi luccichii e incuriosite balbettavano tossendo, e dividendosi in gruppi (stelle piccole e grandi) parteggiavano scommettendo, chissà, forse qualche raggio! quale per i muli, quale per i cavalli.
Passò la sera e venne il mattino.
Zoccoli e zampe scorticati, poveri muli, avevan preso, ormai, la discesa dalla montagna: i soldati a tirar con forza le cordicelle e i disgraziati a pestar la terra con le zampe per portar salva la pelle e andare in battaglia e poi, forse, tranquilli nella stalla. E seguivano, con occhi sgranati, il rotolio delle pietre, mosse dai loro zoccoli, che andavano a valle. Finalmente la pianura fu toccata! Ma dopo un pò, più in là... grida di rabbia e di dolore, ed un gran polverone che imbiancava il cielo. Poi la polvere si sollevò e... e che si vide? La battaglia era stata vinta dal nemico! I cavalli alti e slanciati e alcuni bianchi e altri a macchie bianche e nere e solo neri e grigi, e tanti soldati ben equipaggiati... stesi a terra e sbrandellati! Vinti! Vinti da chi? Da altri muli e soldati mal equipaggiati spinti in battaglia dalla rabbia!
Risquillò all'improvviso un' altra tromba pazza.
Da una parte e dall'altra si schierarono le squadriglie di soldati... Si fissarono negli occhi muli e muli e soldati e soldati... Ebbero pietà gli uni degli altri! Un gran silenzio dominò sul campo.
E dopo un pò si dispersero nella pianura come una manciata di formiche gialle, tutti pensando così: <<Che la vittoria, fra i re in guerra, si ottiene sempre con altre battaglie>>. Loro, di far quella, proprio proprio non se la sentivano!


LA MORTE E LA NATURA

Ci fu una volta il mondo che era nuovo!
E quando gli esseri viventi comparvero sulla terra, nacque anche la Morte.
All'inizio, nessuno sapeva che esistesse: la Morte non sapeva nulla del mondo e di come e quanti fossero i viventi della terra. E, seduta su un masso che stava in cima ad una rupe, passava il tempo grattandosi le orecchie con le unghie gialle: per il resto, non sapeva proprio cosa fare.
Ma un giorno, di buon mattino, si scrollò di dosso l'ozio e decise... disse a se stessa ad alta voce: "Devo sapere e capire... Indagare!".
Prese una corteccia d'albero e dei fili di giunco e si costruì una borsa; trovò dei pezzetti di carbone e li prese perché scrivevano, e poi delle larghe foglie, e partì alla scoperta di tutto il mondo.
Camminò e camminò e inciampò in un ramo tutto storto e cadde e imprecò e si rialzò e si inoltrò in un fitto bosco e lì incontrò una tartaruga e si spaventò! poi, pian piano si fermò, l'osservò e pensò: "Quant'è brutta!".
Si avvicinò e le domandò: "Essere, chi sei? Come ti chiami e dove vai, lenta lenta, con addosso questo guscio rubato?".
"Chi sono non lo so e mi chiamo Tartaruga. E... e dove vado che t'importa?".
La Morte, arrabbiata, annotò la specie "Tartaruga" e la disegnò.
Si rimise in cammino e in una foresta vide un pappagallo e si fermò e l'osservò e pensò: "Che bei colori che ha! Ma che brutto becco storto! ".
Sì avvicinò e gli domandò: "Essere, chi sei? Come ti chiami e dove voli, con addosso tanti bei colori e questo curioso becco contorto?".
"Chi sono non lo so e mi chiamo Pappagallo. E... dove volo che t'importa?".
La Morte, arrabbiata, annotò la specie "Pappagallo"e lo disegnò.
Si sedette su un ceppo nodoso e si riposò e poi riprese a camminare. Incontrò in una savana una giraffa e si fermò e la osservò e pensò: "Oddio, oddio!: che lungo collo. E quanti bei colori!... È fantasia sprecata, se deve poi morire"
Si avvicinò e le domandò: "Essere, chi sei? come ti chiami e dove corri, facendo serpeggiare questo lungo collo?"
"Chi sono non lo so e mi chiamo Giraffa. E... e dove vado che t'importa?".
La Morte, arrabbiata, annotò la specie "Giraffa" e la disegnò.
E così via. Nel suo lunghissimo viaggio, con puntigliosa meticolosità, classificò tutte le specie e le annotò ad una ad una.
Ma l'uomo non lo incontrò!
E un giorno, seduta in riva a un fiume, su un masso puntito, e con i piedi poggiati su una grossa cesta contro un sacco di carbone e tante foglie larghe, si mise a disegnare un coccodrillo che era lì poco distante a guazzar fango e sterpi verdi; lo osservava e puntigliosamente contava le scaglie e aveva... aveva una gran voglia di portarlo lo con sé, nelle tenebre del Nulla.
Passò di lì, allegra, la Natura.
"Ué, Morte! Come ti va? E allora? Oh, brava: il coccodrillo? Fai il ritratto al coccodrillo? Pe... perché mai?".
"Oh, gua?guarda un po' chi si vede! la Natura! Ma sai tu, lo sai che anch'io sono una tua creatura?".
"Eh, sì, sì che lo so: ti ho dato vita io! E... e sai pure perché ti ho fatta nascere?".
La Morte sì grattò le orecchie con le unghie gialle e la fissò incollerita. E la Natura: "... E non guardarmi così. Lo sai, lo sai. Sì, che lo sai!".
"Io ... Io... però.. se vanno sempre così le cose a questo mondo ... non posso mica aspettar tanto, lo! ".
"Tanto? Devi aspettar... Ma lo sai che il mondo è nuovo? Nuovo! ".
"Ma io... io ... ". E la Morte cominciò a piangere e si coprì il viso con le manacce nere e poi riprese a lamentarsi: "Sono stanca per il troppo ozio, e non mi sento affatto realizzata. A cosa servo io, ehhh? Che faccio in questo maledetto, quieto mondo? La situazione, qui, è tutta strana ed io non vivo affatto bene. In tutto il mondo ho portato via solo un verme mangiato da una gallina e una mosca schiacciata dagli zoccoli di un cavallo e un topo morto con la bava alla bocca".
La Morte divenne tutta gialla dalla rabbia e proseguì: "Anch'io, anch'io appartengo, perdio, a te, Natura! Sono, o non sono una tua creatura? Come vivo, come vivo, io, qui, se non muore mai nessuno? E mannaggia… mannaggia! maledetto questo quieto mondo!".
La Natura rabbrividì e la interruppe: "Zitta! Zitta, ingrata! Lo sai, lo sai perché ti ho dato la vita?".
"Beh.. forse... forse lo so e non lo so... Ma che ne so! So solo che qui non muore mai nessuno! ".
"Ho portato vita su tanti altri pianeti ma, creatura Morte, cattiva come te non ho mai partorita una... Forse la terra ti ha dato al cervello? Tu potrai portar via un essere solo quando saran passati gli anni che io, io! gli ho dato! Per dar posto... per dar posto ad altri ancora... nuovi esseri che devono sapere anch'essi.. curiosare in questo mio mondo nuovo. Questa è la mia opera! Capisci?".
"Ohé! Una sola gallina ha mangiato un verme e una mosca è stata schiacciata dagli zoccoli di un cavallo e un topo è morto con la bava ... ".
"La mia opera è ancora all'inizio. Tale è lo sforzo che sto facendo, per far perfetto questo mondo, che ho preso un tale esaurimento... II cuore mi si è ammalato, ammalato per davvero. Vieni, vieni. Guarda, guarda. La mia opera è ancora all'inizio. Ma... qui, qui, dove guardi? Qui, nella mia borsa".
La Natura tirò fuori un lungo foglio e ricominciò:
"Guarda! Ecco il mio progetto. Vedi? Questo è l'uomo!
Così, così sarà il nuovo mondo! L'uomo: sarà l'uomo... saprà l'uomo... `O sape isso c'hadda fa'!".
La Morte fissò la Natura e si grattò le orecchie con le unghie gialle e stravolta disse: "L'uomooo? E... e... c'hadda fa'?".
"Sì, l'uomo!". E la felicità s'impadronì della Natura.
"La mia ultima e perfetta creatura! Curerà con tanto amore la mia sublime opera, e istruirà gli esseri viventi a non mangiarsi fra di loro (e se la gallina ha mangiato un verme e un cavallo ha spiaccicato, per errore, con gli zoccoli una mosca, e un topo è morto con la bava.., vuol dire che la mia opera è ancora all'inizio!) e farà sì che cerchin frutta e latte e bacche e miele, senza danneggiar nessuna mia creatura. Perfetta, perfetta. La mia opera l'affiderò al mio ultimo e prediletto figlio! `O s'ape isso, c'adda fa'.
Alcuni li colorerò di nero, altri di bianco, altri ancora di biondo e di rosso, poi ancora nero e bianco insieme, e a volte con più nero e a volte con più bianco; e darò occhi celesti e verdi e neri e blu, e di varie forme. Farò sì che parlino, parlino e in modo diverso; e colorerò il loro parlare con tanti e tanti bei dialetti. Così, così devo fare. Perché così son più ... più... come dire... Talmente sono emozionata che non trovo ... Non ho più parole. Comunque ... ".
La Morte senti dire tante tante cose strane e tutte in un solo momento, che poco mancava ammattisse: si rigrattò le orecchie con le unghie gialle, con tanta forza che se le scorticò! Con occhi sgranati guardava la Natura e voleva svenire, e poi, appena si riprese un po', iniziò pian piano a studiar le foglie già disegnate e capì perché tanti animali eran quasi uguali! Li aveva voluti così la Natura, per colorar di più la terra! Poi, tra tante foglie larghe, ne scartò delle altre ancor più larghe e belle e dei grossi e ancor più neri pezzi
di carbone e li mise da parte per raffigurar l'ultima creatura che a momenti doveva venir fuori: l'uomo!
Rattristata, singhiozzò leggermente e pensò che appena la Natura si fosse allontanata, avrebbe pianto molto per sfogarsi. Mala Natura, chissà perché, la intratteneva ancora e ancora... Finalmente la Morte, preso coraggio, la salutò con un inchino e stava per andare... Ma, la Natura cominciò a parlare.
"Su su, perché ti lamenti? Ti occuperai della sostituzione di... con nuovi esseri che io inventerò. Su su, allegra! Vieni, vieni con me: ti farò visitare il mio laboratorio".
La Morte, in quell'attimo, capì! Era stata concepita imperfetta. Perché proprio lei? Sì: desiderava malvagiamente che gli esseri viventi morissero prima che fosse compiuto il loro ciclo. Fugacemente si coprì la faccia con le manacce nere dalle unghie gialle. Fu presa dal terrore. Si rese ben conto ... Capì che di quella imperfezione, oramai, era innamorata. E ... non voleva che l'uomo venisse al mondo per regolar le cose.
La Morte e la Natura attraversarono in fretta un grande bosco. All'imbrunire arrivarono ai piedi di un'altissima montagna. La Natura prese per mano la Morte e l'accompagnò dove stava una grande siepe di rovi, e lì un'apertura tra foglie e spine e frutti e bacche rosse e nere. L'attraversarono, e dopo un po' si trovarono nel pancione della montagna, in un grande spazio che era l'officina.
"Guarda! è qui che ho costruito gli esseri. Lì. E lì. Tu sei i nata lì. Lì! in quella grossa ampolla. La mia cre?a?tura MORTE". E la Natura la baciò e poi allungò le mani e le prese il viso e l'accarezzò.
La Morte corrugò la fronte: s'era incuriosita assai. Poi disse: "E la giraffa? Dov'è nata la giraffa?".
"La giraffa è nata li, in quel tino alto e stretto, che... Oddio, oddío! per farla uscire ce n'è voluto! L'ho tirata per il collo con tutte le mie forze, e così forte che s'è allungato così tanto che mi sono spaventata. Però, però, le ho fatto un gran pasticcio di colori che è venuta veramente bella. L'hai incontrata, la giraffa?".
"Sì, sì! ".
"È bella, eh? dì la verità... A proposito, lì ci sono i recipienti dei colori. Povera me! Devo darmi proprio proprio da fare: oltre a dar vita all'uomo, dovrò dare alla terra ancora tanti altri animali di quelle... quelle specie che tu già conosci. Sono... sono ancora tanto pochi. Mo' faccio i conti".
Tirò fuori un grossa librone e bagnò le dita di saliva e iniziò a sottrarre e a far moltiplicazioni.
"Pochi! ne mancano ancor tanti. Cento impasti... duecento per far l'uomo... ogni impasto mille e mille più mille per mille... Sì. Forse basteranno. Li vedi? Questi sono gli impasti non ancora preparati. Sostanze grezze. Io le ho raffinate: quanta fatica! Quanta fatica per pulir certe sostanze... Ho un esaurimento nervoso in queste mani, che non ti dico. Poco, per la verità, ho lavorato per far gli animali. Ma per far l'uomo... per render pure le sue sostanze... Ho eliminato: l'atrocità, la barbarie, la brutalità, l'efferatezza, l'empietà... e ancora l'invidia, la ferocia, l'inclemenza, la tirannia, il desiderio di potere, l'asprezza, la crudeltà, l'ingordigia e la passione incontrollata e la cretinaggine e la schizofrenia e la schizotimìa e... tantissime, insomma: se stessi qui ad elencarle tutte, non avrei tempo, di qua ad un mese, di far l'uomo e poi altri animali".
"Tutto da sooola? Tutto... Tutta tu da sola? E le sostanze ... ".
"Sì. sono lì in quelle ampolle. Sostanze maledette. Maledette. Domani le sotterrerò. Per questo, per questo gli esseri non si massacrano fra di loro".
La Morte la fissò con gli occhiacci neri e si grattò tutto il corpo con le sue unghie gialle e divenne ancor più nera, e poi tutta un fremito.
"Lì, in quelle ampolle? Tutte lì? In queelle ampooolle?"
"Sì. Sta' lontana: sono pericolose. Quanto prima, le sotterrerò in fossi profondi".
La Morte notò su di uno scaffale una piccola ampolla rossa e indicandola con un ditaccio chiese: "Quella lì! Cos'è?",
"L'età infinita. Quella lì è l'ampolla dell'età infinita. Domani andrà anche lei in un fosso profondo".
"L'età in?fi?ni?ta? In?fi?niii?ta?".A sentir questo, la Natura s'insospettì di botto. "Adesso basta!, vuoi saper troppo: giri ovunque quegli occhiacci neri, e questo non mi va! Sei una mia creatura, per questo ti ho consolata. Ma adesso basta". E afferratala per un braccio, l'accompagnò all'uscita. E la Morte se ne andò.
Camminò per molto, agitata come una dannata, poi, stanca, si sedette su di un ceppo storto. Credette, per un po', di aver sognato un brutto sogno. Infine, aprì di scatto la borsa e prese foglie e carbone e incolonnò dei segni strani per far statistiche... Poi esplose: "Scalogna maledetta! Scalogna nera! Avrò una mosca schiacciata dalla coda di una vacca e un passero scemo caduto da un nido e un pulcino che si soffoca in un uovo! Maledetto quieto mondo!". E pensò... pensò: ""L'uomo saprà cosa fare..." Ma che cosa saprà poi fare?".
Ripensò "... le sostanze maledette... l'ingordigia, l'invidia, la passione incontrollata, la schizotimìa... Potranno essermi d'aiuto, se... sììì!". E capì. A modo suo, capì. E alzatasi di scatto, esclamò: "Son la Morte, io! D'aspettar tanto, proprio non mi va".
Si addormentò e sognò quel che voleva che avvenisse. Immaginò l'uomo e fu un bel sogno da macello: teste spaccate e pance squarciate e giraffe col collo staccato ed elefanti squartati e donne morte violentate e cavalli con i fianchi sfondati... Passarono tre ore e si svegliò.
Afferrò la borsa e prese delle foglie larghe e a modo suo costruì dei recipienti e li riempì d'acqua e, sgambettando in fretta, andò. Dove andò? Dalla Natura; sperando che dormisse.
In sette e sette quattordici, si trovò nel pancione della montagna, nel grande spazio che serviva da officina.
Aguzzò l'orecchio e sentì che la Natura impastava e canticchiava.
Aspettò. La Natura si addormentò.
Si mosse con passi di cane furbo e, con le manacce nere, afferrò le sostanze maledette e le travasò in fretta in fretta negli impasti, senza tener conto di misurar le quantità. Lei stessa bevve molto liquido crudele e tutto quello dell'età infinita. Poi, lanciando nell'aria una risata isterica, riempì le ampolle svuotate con l'acqua che s'era portata dal bosco perché la Natura non sapesse nulla del suo intrigo.La Natura, seduta sopra uno scanno, dormiva piegata. Russava sorridendo.La Morte la guardò con gli occhiacci neri e prese una foglia larga e un pezzetto di carbone e annotò la specie "Natura" e la disegnò e mormorò: "Lo sa. Lo sa bene, ora, che deve fare!".
Passarono due giorni e la Natura aveva dato vita ad ancor tanti animali e all'uomo di tanti colori. Lo guardò e si commosse e pianse e lo accarezzò e lo baciò e affermò: "Ti affido il mondo! Guardatillo, `o munno nunn 'o sciupà! È bello, tunno tunno!>.
Si asciugò le lacrime, commossa, e poi, con grazia accorta, prese le ampolle e le sotterrò in un fosso profondo e volò in cielo e chissà dove andò.
E... e chissà, chissà che successe. Booh... Chissà. Con quel pasticcio che fu fatto che... Forse la Morte spadroneggia e la Natura si dispera? Chissà.
Booh! La Morte, con le sue unghie gialle, riuscirà a portar con sé la Natura, nelle tenebre dei Nulla? Booh: chissà.
Forse... Eccolo! Sì, sì! Lui lo saprà di certo! Basta chiederlo all'Uomo. Lo sa bene cosa dovrà fare: lo comanda la Morte!



LA GALLINA IRRICONOSCENTE

C' era una volta, lì in campagna, una gallina che aveva fatto un uovo al centro di un pantano e all' improvviso la scorse una... No, no! L' inizio della favola, così, proprio non va.
C' era una volta sotto un ponte una gallina triste... Nooo, No!
C' era una volta una gallina cieca da un occhio che, presasi uno spavento a causa di una volpe, divenne tutta gialla... No, no!
Meglio così: c'era una volta una faina che entrò in un pollaio e si lanciò sgarbatamente in mezzo a un mucchio di galline e ne acchiappò una bianca e se la sistemò per bene sotto le zampe come un uomo in croce. Stava per aprir la bocca e morderla alla testa, proprio in mezzo agli occhi... quando la gallina aprì il becco e fece una proposta: <<No, no, aspetta, non mi mangiare, ti scongiuro! Ti farò uova, sempre uova e...>>.
<<Non ti mangio? Come potrei? Una faina che non mangia una gallina?>>.
<<Ma... ma ti darò, e per sempre, un uovo al giorno!>>.
<<Un uovo al giorno? Aspetta fammici pensare... cioè tu diresti... diresti che non vuoi essere mangiata e che in cambio mi daresti un uovo al giorno>>.
<<Un uovo al giorno, sì! Sì, sì: tanto meglio, per me e per te! Vedrai che ti conviene! Meglio per te e per me. Facciamo così, come fanno i contadini, che non sono scemi! E che mi danno pure da mangiare. Tu invece niente mi daresti, e... e l' uovo, lo stesso te lo darei e poi... su, risparmiami: ho paura della morte!>>.
<<Se è per questo, non aver paura: ti mangio viva! e ti posso garantire che non sentirai neanche un pò di dolore. Ma aspetta... aspetta. Ah! Ho capito: ti conviene non... non essere mangiata e ti conviene farmi... darmi un uovo al giorno e... e... e conviene anche a me. E se ti mangio, sei morta, ma se non ti mangio, sei viva, e farai, da viva...>>.
<<Risparmiami, ti prego: ti conviene!>>
<<Ma... aspetta, aspetta! Ma che? Sei impazzita? Impazzita per davvero?>>, disse la faina. <<Ma se c' è anche il detto, che è giusto e dice: "meglio un uovo oggi che una gallina domani". E tu, invece, vuoi farmi addirittura rinunciare ad una gallina oggi per l' uovo domani? O stupida, che non sai niente della vita!>>.
<<Dài, fà così! come fanno i contadini che... che persino danno il cibo per avere le uova! E se lo fanno i contadini...!>>.
<<I contadini danno così... il cibo... Dici? E va bene!>>, acconsentì la faina. <<Però bada: per tutta la tua vita voglio le uova! E... e ti mangerò solo quando sarai morta di vecchiaia: va bene?>>.
<<Co... co... co-me sarebbe a dire? Co... me faccio? Io, quando sarò vecchia, di uova non ne potrò più fare!>>.
<<Ohé! Ohé! Le rubi! Le rubi dal pollaio! E zitta, ora!: non ricominciamo, o ti mangio seduta stante! Mi hai trovata pazza!, ché questo è per te un patto van-tag-gio-so!! Vantaggioso per davvero: se qualche animale grosso lo avesse proposto a me, le avrei fatte persino io, le uova, non importa se sono una faina! e, perdio, mi sarei appiccicata dietro un sedere di gallina! E infine, ricordati che i patti bisogna mantenerli!>>.
E la gallina, costretta, accettò l' infame patto e la faina se ne andò. Poi, per un intero anno, puntuale, dovette portare ogni giorno le uova alla faina. Ma una volta, per strada, mentre andava, fu sorpresa da una volpe! <<Oddio, oddio!: dalla padella alla brace!>>, esclamò la poveretta. Ma, per sua grande fortuna, era quella una volpe buona. Ma buona veramente!
<<Dove vai, dolce gallina? non hai paura di entrare dentro il bosco?>>.
<<Coccoccocooo! Coccoccocoocooo!>>, squillò tremante la gallina. <<Vado dalla faina!>>.
<<Dalla faina? Ma che, sei impazzita?: quella ti mangia! Ti rosicchia il petto!>>.
<<Vado a portar l'uovo: tutti i giorni, lo faccio! E' già da un anno!>>. E le spiegò il fattaccio.
<<Ci penso io!>>, disse la volpe. <<E' un' angheria! Meglio, allora, se ti mangiava! Ma guarda un pò che ti combina la faina! E poi... e poi dicono delle volpi! Che...>>. E la volpe, infuriata andò dalla faina. <<Hai il cuore di un topo appestato! Più giusto sarebbe stato se l' avessi mangiata! Ha il sedere consumato, per far le uova a te>>.
<<Eh?>>.
<<Consumato, consumato>>.
<<Ma che vuoi, insomma?: è un patto fatto! E' stata lei a dirlo a me, 'sto fatto. Ho forse mai, io, saputo che esistessero... Io mi ficco nel pollaio, e basta!>>.
<<I patti son patti quando son giusti! E conta poco chi per prima li ha proposti! E poi, già fino ad ora, hai fatto un ottimo affare, mi pare. Perciò basta! Adesso basta! E bada: io son volpe!>>.
<<Calma... calma... Okay, okay. Allora, dì alla gallina di non portare più le uova... Però, senti: posso mangiarla, quando sarà morta di vecchiaia?>>.
<<Ehh? ma che schifo!>>.
<<Era nel patto!>>.
<<Eh?.. ma sì! Però, oh!: quando sarà morta per davvero di vecchiaia!>>.
La faina salutò la volpe con un inchino. La volpe se ne andò.
Saputo come erano andate le cose, la gallina fece salti di gioia: arrabbattandosi confusamente in aria, voleva finanche volare! Quante effusioni fece alla volpe! Persino le sue penne, le voleva dare! Ma la volpe, nulla volle accettare, e prese solo una penna, giusto per ricordo. Poi non si videro più per un anno intero. La gallina, comunque, non portò più le uova alla faina, e fece tanti e tanti pulcini! Ma un giorno una donnola, saputo il fatto, che si raccontava ormai in giro dappertutto, acchiappò la gallina e la stese in terra, come un uomo in croce, e...
La gallina girò il bosco intero, per trovar la volpe: e la trovò! Raccontò agitata, che una donnola l' aveva presa e stesa per terra come un uomo in croce... con due zampe sulle ali e le altre due sulle sue zampe... un uovo al giorno... e lei era stata ricostretta a fare il patto... <<Quello che davi alla faina quando... Lo darai a me!>>.
<<Ah, così ha detto? E dimmi: chi sono io?>>.
<<La volpe! La volpe!>> e rideva e svolazzava.
<<Dillo forte, forte!>>.
<<La volpee! La volpeee! La volpeeee!>>.
<<Son volpe?>>.
<<Siii!>>.
<<E tu! hai portato per un anno intero uova ed uova alla faina infame ed io, ed io!, che son volpe onesta, neanche uno ne ho mai assaggiato?! E ora rispetta il patto che hai fatto! Cerchi gli amici solo quando ne hai bisogno! Io son volpe, e ora la volpe faccio! La volpeee! Perciò ogni mattina, da ora, quando entrerai nel bosco porterai pure un uovo a me!>>.
<<Ma... ma... ho forse... come faccio!? Co... co... come faccio a portar due uova al giorno, se me ne esce uno solo? Io ho un solo...>>.
<<Uè, non fare storie: lo rubi dal pollaio!>>.
<<E... e però... e se mi piglia il contadino?>>.
<<Son ca... cavoli tuoi!>>.